Il cambiamento climatico ha avuto un impatto disastroso sulla economia pastorale della Mongolia. Inverni sempre più freddi e nevosi, definiti in mongolo come tsagaan dzud- la morte bianca, ha portato  alla morte di massa del bestiame e conseguentemente all’impossibilità dei pastori di sopravvivere, portandoli alla loro inesorabile estinzione.

The Climate Route durante la sua spedizione attraverserà la Mongolia, verificando in prima persona i danni che il cambiamento climatico ha provocato ad un paese con una tradizione di pastorizia nomade che risale a migliaia di anni fa!

Cos’è la morte bianca causata dal cambiamento climatico in Mongolia

Pastorizia in Mongolia

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Il cambiamento climatico è una realtà sempre più critica che sta portando a conseguenze sempre più estreme per il costrutto sociale ed economico della Mongolia. Il paese da circa il 1975 sta attraversando inverni sempre più rigidi, con temperature ben al di sotto dello zero e intense nevicate. Un fenomeno quasi assente

in precedenza che ha assunto caratteristiche critiche a causa di uno sviluppo economico senza criteri fondato su intense opere di deforestazione, estrazione mineraria ed estesa urbanizzazione. La popolazione mongola definisce questi inverni glaciali con il termine dzud o tsagaan dzud, che significa “morte bianca”, una parola che identifica il progressivo deterioramento delle condizioni climatiche invernali e la conseguente morte di massa del bestiame per mancanza di cibo e/o acqua1. Questo accade quando la neve copre i pascoli, bloccando l’accesso degli animali al cibo.

1Gli dzuds, unici in Mongolia, sono disastri naturali nati dall’ambiente insolito del paese: senza sbocco sul mare, semiarido e soggetto a sbalzi di temperatura e precipitazioni.

In Mongolia attesi Dzud sempre più aspri e frequenti

Questo fenomeno non è recente, infatti la  Mongolia ha sopportato dzud consecutivi all’inizio del secolo (tre tra il 1999 e il 2002) e di nuovo durante l’inverno 2009-2010, il tutto sullo sfondo di una devastante siccità legata al cambiamento climatico. Il solo dzud del 2009-2010 ha ucciso il 22% del bestiame della nazione. Secondo l’Istituto di Ricerca di Meteorologia, Idrologia e Ambiente della Mongolia, il paese sarà interessato da inverni sempre più rigidi: si stima che i dzud a livello nazionale si verificheranno ogni quattro o cinque anni, invece che 10. La previsione è che la cosiddetta “morte bianca” diventerà sempre più frequente, la previsione è che dal 2025, ogni anno la Mongolia sarà interessata da dzud.

La lenta, ma inesorabile, estinzione dei pastori della Mongolia

Questo costituisce un fenomeno catastrofico per un paese con una tradizione di pastorizia nomade che risale a migliaia di anni fa. I pastori si guadagnano da vivere vendendo prodotti animali – tra cui carne, lana e cashmere. Senza i loro animali, rimangono a corto di denaro e non possono pagare per le necessità di base. Inoltre, il governo mongolo non dispone per le risorse per rispondere adeguatamente a un disastro naturale di questa portata.

Economia Mongola: pastorizia uno stile di vita in via di estinzione

1. Durante decenni di controllo comunista nel 20° secolo, il bestiame era gestito solo dallo stato mongolo. Collettivi strettamente regolamentati imponevano l’uso del pascolo a rotazione. Lo stato forniva un mercato garantito e limitava la proprietà individuale del bestiame.

2. Nel 1990, la Mongolia è passata rapidamente a una democrazia di libero

Economia Mongola: pastorizia uno stile di vita in via di estinzione

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mercato. Il numero di bestiame è esploso. Nell’era comunista, dal 1924 al 1992, era di 23 milioni. Oggi, l’Ufficio Nazionale di Statistica della Mongolia pone il numero di bestiame sopra i 66 milioni.

 3. I collettivi agricoli conosciuti come negdels  con il passaggio democratico furono sciolti, lasciando i pastori senza una rete di sicurezza quando avevano bisogno di foraggio di emergenza, cure veterinarie e altre risorse. Il rischio non era più assunto dallo stato ma dall’individuo. 

4. Senza una reale protezione economica e sociale da parte dello stato, I dzuds hanno mandato le famiglie di pastori – già sull’orlo del baratro – in una spirale oltre il limite.

5. Questo ha portato la pastorizia da vettore economico della Mongolia a fattore marginale: Oggi, solo un mongolo su quattro è impegnato nel tradizionale stile di vita rurale. La proporzione complessiva di famiglie mongole che hanno la pastorizia come mezzo economico primario è diminuita dal 1999 dal 50% al 25%, a causa della perdita di lavoro nelle campagne e della migrazione verso i centri urbani, compresa la capitale Ulaanbaatar. 

Il cambiamento climatico in Mongolia

Il cambiamento climatico in Mongolia

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Secondo l’Istituto di Informazione e Ricerca di Meteorologia, Idrologia e Ambiente della Mongolia, la temperatura media annuale del paese è aumentata di 2,2 gradi Celsius (quasi 4 gradi Fahrenheit) dal 1940. Nello stesso periodo, le precipitazioni sono diminuite del 10%. Le emissioni di gas serra hanno reso la Mongolia un luogo più secco e caldo di quanto non fosse 80 anni fa, quando è iniziata la raccolta dei dati. Al contempo, i dzud da circa il 2000 sono diventati sempre più rigidi e nevosi, toccando picchi estremi negli ultimi anni, con temperature prossime a -50 gradi, forti raffiche di vento gelato (6-7 m/s) e nevicate fuori dalla norma.

Questo processo distruttivo è in parte determinato dal fatto che la Mongolia è un paese interno, senza un accesso all’oceano. Il paese dipende da un punto di vista 

climatico da un continuo scambio di umidità tra l’atmosfera e la biosfera. Il progressivo impatto negativo del  cambiamento climatico, devastando i terreni per il pascolo, ha rallentato- e quasi eliminato- la traspirazione, i.e.  il processo che porta l’umidità e le sostanze nutritive dalle radici di una pianta)

Tutto ciò in combinazione al effetto dell’estrazione mineraria, la deforestazione e l’urbanizzazione crescente rendono la Mongolia sempre più secca.

La siccità indebolisce il bestiame, rendendo un inverno dzud ancora più letale non solo per gli animali ma anche per la popolazione pastorale.

Autore dell'articolo: Stefano Cisternino

by Stefano Cisternino